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Tuesday, September 21, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'Arte della guerra -- Joe Biden apprendista stregone nucleare

  


L’Arte della guerra 

Joe Biden apprendista stregone nucleare 


Manlio Dinucci

 

Il presidente Biden ha annunciato la nascita dell’Aukus, partenariato strategico-militare tra Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, con «l'imperativo di assicurare la pace e stabilità a lungo termine nell'Indo-Pacifico», la regione che nella geopolitica di Washington si estende dalla costa occidentale degli Usa a quella dell’India.  Scopo di questa «missione strategica» è «affrontare insieme le minacce del 21° secolo come abbiamo fatto nel 20° secolo». Chiaro il riferimento alla Cina e alla Russia. Per «difendersi contro le minacce in rapida evoluzione», l’Aukus vara un «progetto chiave»: Stati Uniti e Gran Bretagna aiuteranno l’Australia ad acquisire «sottomarini a propulsione nucleare, armati convenzionalmente».

La prima reazione all’annuncio del progetto dell’Aukus è stata quella della Francia: essa perde in tal modo in contratto da 90 miliardi di dollari, stipulato con l’Australia, per la fornitura di 12 sottomarini da attacco Barracuda a propulsione convenzionale. Parigi, accusando di essere stata pugnalata alle spalle, ha ritirato gli ambasciatori dagli Usa e dall’Australia. Sul contenzioso tra Parigi e Washington si è focalizzata l’attenzione politico-mediatica, lasciando in ombra le implicazioni del progetto Aukus.

Anzitutto non è credibile che Stati Uniti e Gran Bretagna forniscano all’Australia le tecnologie più avanzate per costruire almeno 8 sottomarini nucleari di ultima generazione, con un costo unitario di circa 10 miliardi di dollari, per dotarli solo di armamenti convenzionali (non-nucleari). È come se fornissero all’Australia portaerei impossibilitate a imbarcare aerei.  In realtà i sottomarini avranno tubi di lancio adatti sia a missili non-nucleari che a missili nucleari. Il primo ministro Morrison ha già annunciato che l’Australia acquisirà rapidamente, tramite gli Usa, «capacità di attacco a lungo raggio» con missili Tomahawk e missili ipersonici, armabili di testate sia convenzionali che nucleari.

Sicuramente i sottomarini australiani saranno in grado di lanciare anche missili balistici Usa Trident D5, di cui sono armati i sottomarini statunitensi e britannici. Il Trident D5 ha un raggio di 12.000 km e può trasportare fino a 14 testate termonucleari indipendenti: W76 da 100 kt o W88 da 475 kt. Il sottomarino da attacco nucleare Columbia, la cui costruzione è iniziata nel 2019, ha 16 tubi di lancio per i Trident D5, per cui ha la capacità di lanciare oltre 200 testate nucleari in grado di distruggere altrettanti obiettivi (basi, porti, città e altri).  

Su questo sfondo, appare chiaro che Washington ha tagliato fuori Parigi dalla fornitura dei sottomarini all’Australia non semplicemente a scopo economico (favorire le proprie industrie belliche), ma a scopo strategico: passare a una nuova fase della escalation militare contro la Cina e la Russia nell’«Indo-Pacifico», mantenendo il comando assoluto dell’operazione. Cancellata la fornitura dei sottomarini francesi a propulsione convenzionale, obsoleti per tale strategia, Washington ha avviato quella che l’Ican-Australia denuncia come «l’accresciuta nuclearizzazione della capacità militare dell’Australia». Una volta operativi, i sottomarini nucleari australiani saranno di fatto inseriti nella catena di comando Usa, che ne deciderà l’impiego.  Questi sottomarini, di cui nessuno potrà controllare il reale armamento, avvicinandosi in profondità e silenziosamente alle coste della Cina, e anche a quelle della Russia, potrebbero colpire in pochi minuti i principali obiettivi in questi paesi con una capacità distruttiva pari a oltre 20 mila bombe di Hiroshima.

È facilmente prevedibile quale sarà la prima conseguenza. La Cina, che secondo il Sipri possiede 350 testate nucleari in confronto alle 5.550 degli Usa, accelererà lo sviluppo quantitativo e qualitativo delle proprie forze nucleari. Il potenziale economico e tecnologico che possiede le permette di dotarsi di forze nucleari equiparabili a quelle di Usa e Russia. Merito dell’apprendista stregone Biden che, mentre avvia il «progetto chiave» dei sottomarini nucleari all’Australia, esalta «la leadership di lunga data degli Stati Uniti nella non proliferazione globale».  

Manlio Dinucci

il manifesto, 21 settembre 2021

Tuesday, July 27, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della Guerra -- Perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso

  

 

Perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso

L’arte della guerra. La rubrica settimanale a cura di Manlio Dinucci


Manlio Dinucci

EDIZIONE DEL27.07.2021

PUBBLICATO26.7.2021, 23:59

La cancelliera tedesca Merkel – scrive Alberto Negri (il manifesto, 23 luglio) – ha resistito alle pressioni di tre amministrazioni Usa – Obama, Trump e Biden – perché cancellasse il North Stream 2, il gasdotto che affianca il North Stream inaugurato dieci anni fa, raddoppiando la fornitura di gas russo alla Germania.

È invece «fallito il South Stream, il gasdotto di Eni-Gazprom». Conclude giustamente Negri che la Merkel «ha vinto la partita che noi abbiamo perso». Sorge spontanea la domanda: perché la Germania ha vinto e l’Italia ha perso?

Significativo il titolo del Washington Post: «Usa e Germania raggiungono un accordo sulla pipeline del gas russo, ponendo fine alla disputa tra alleati». L’accordo, stipulato dal presidente Biden con la cancelliera Merkel, è stato ed è fortemente osteggiato da uno schieramento bipartisan del Congresso, capeggiato dal senatore repubblicano J. Risch che propone una legge contro «il maligno progetto russo».

Quindi l’accordo è in effetti una «tregua» (come la definisce Negri). La ragione per cui l’amministrazione Biden ha deciso di stipularlo è mettere fine alla «disputa» che incrinava i rapporti con la Germania, importante alleato Nato. Questa ha dovuto però pagare il «pizzo» al boss Usa, impegnandosi– come ha richiesto la sottosegretaria di Stato Victoria Nuland – a «proteggere l’Ucraina» (di fatto già nella Nato) con un fondo di investimento di 1 miliardo di dollari che la risarcisca per i diminuiti introiti, dato che i due gasdotti gemelli North Stream passano dal Mar Baltico aggirando il suo territorio. Come contropartita la Germania ha, almeno per ora, il permesso Usa a importare dalla Russia 55 miliardi di metri cubi annui di gas naturale.

Il gasdotto è gestito dal consorzio internazionale Nord Stream AG, costituito da 5 società: la russa Gazprom, le tedesche Wintershall e Pegi/E.On, l’olandese Nederland’s Gasunie e la francese Engie. La Germania diviene così l’hub energetico per lo smistamento del gas russo nella rete europea.

Lo stesso ruolo avrebbe potuto assumere l’Italia con il gasdotto South Stream. Il progetto era nato nel 2006, durante il governo Prodi Il, con l’accordo stipulato da Eni e Gazprom. Il gasdotto avrebbe attraversato il Mar Nero (in acque territoriali russe, bulgare e turche) proseguendo via terra attraverso Bulgaria, Serbia, Ungheria, Slovenia e Italia fino a Tarvisio (Udine). Da qui il gas sarebbe stato smistato nella rete europea.

La costruzione della pipeline era iniziata nel 2012. Nel marzo 2014 la Saipem (Eni) si aggiudicava un primo contratto da 2 miliardi di euro per la costruzione del tratto sottomarino. Nel frattempo però, mentre con il putsch di Piazza Maidan precipitava la crisi ucraina, l’amministrazione Obama, di concerto con la Commissione Europea, si muoveva per affossare il South Stream. Nel giugno 2014 arrivava a Sofia una delegazione del Senato Usa, capeggiata da John McCain, che trasmetteva al governo bulgaro gli ordini di Washington. Subito questo annunciava il blocco dei lavori del South Stream, in cui la Gazprom aveva già investito 4,5 miliardi di dollari. In tal modo l’Italia perdeva non solo contratti per miliardi di euro, ma la possibilità di avere sul proprio territorio l’hub di smistamento del gas russo in Europa, da cui sarebbero derivati forti introiti e incremento di posti di lavoro.

Perché l’Italia ha perso tutto questo? Perché il governo Renzi (in carica dal 2014 al 2016) e il Parlamento hanno accettato a testa china l’imposizione di Washington.

La Germania della Merkel, al contrario, si è opposta. Ha quindi aperto la «disputa tra alleati» che ha costretto Washington ad accettare il raddoppio del North Stream, pur mantenendo gli Usa la pretesa di decidere da quali paesi l’Europa può importare o no gas naturale. Un governo italiano oserebbe aprire una disputa con Washington per difendere un nostro interesse nazionale? Il fatto è che l’Italia ha perso non solo il gasdotto, ma la propria sovranità.

il manifesto, 27 luglio 2021

Tuesday, January 5, 2021

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della guerra -- Dietro il verdetto di Londra su Julian Assange

  


L’arte della guerra

Dietro il verdetto di Londra su Julian Assange

Manlio Dinucci

FRANÇAIS  ITALIANO PORTUGUÊS

  

Da un processo ingiusto – quello di Londra a Julian Assange, fondatore di WikiLeaks – è scaturita una sentenza che a prima vista appare giusta: la non-estradizione del giornalista negli Stati uniti, dove lo attende una condanna a 175 anni di reclusione in base alla Legge sullo spionaggio del 1917. Resta da vedere, al momento in cui scriviamo, se e in che modo Assange verrà scarcerato dopo sette anni di confino all’ambasciata ecuadoregna e quasi due anni di carcere duro a Londra.

 

 Si parla di un suo rilascio su cauzione, ma, se Washington fa appello contro la sentenza (come appare certo), il procedimento di estradizione può essere riaperto e Assange deve restare a disposizione della magistratura in Gran Bretagna. Vi è inoltre il fatto che nel verdetto la giudice Vanessa Baraister si è detta convinta della «buona fede» delle autorità statunitensi e della regolarità di un possibile processo negli Stati uniti, motivando il verdetto solo con «ragioni di salute mentale» che potrebbero portare Assange al suicidio.

 

Che cosa in realtà ha determinato, in questo momento, la non-estradizione di Julian Assange negli Usa?

 

Da un lato la campagna internazionale per la sua liberazione, che ha portato il caso Assange all’attenzione dell’opinione pubblica.

Dall’altro il fatto che un processo pubblico a Julian Assange negli Usa sarebbe estremamente imbarazzante per l’establishment politico-militare.

 

Quale prova dei «crimini» di Assange l’accusa dovrebbe mostrare i crimini di guerra Usa, portati alla luce da WikiLeaks. Ad esempio, quando nel 2010 essa ha pubblicato oltre 250.000 documenti statunitensi, molti dei quali etichettati come «confidenziali» o «segreti», sulle guerre in Iraq e Afghanistan.

 

Oppure quando nel 2016, al momento in cui Assange era già confinato nell’ambasciata ecuadoregna a Londra, WikiLeaks ha pubblicato oltre 30.000 email e documenti inviati e ricevuti tra il 2010 e il 2014 da Hillary Clinton, Segretaria di Stato dell’Amministrazione Obama. Tra questi una email del 2011, la quale rivela il vero scopo della guerra Nato alla Libia perseguito in particolare da Usa e Francia: impedire che Gheddafi usasse le riserve auree della Libia per creare una moneta pan-africana alternativa al dollaro e al franco Cfa, la moneta imposta dalla Francia a 14 ex colonie.

 

Insieme alle decine di migliaia di documenti, che hanno portato alla luce i veri scopi di questa e altre operazioni belliche, WikiLeaks ha pubblicato le immagini video delle stragi di civili in Iraq e altrove, mostrando il vero volto della guerra. Quello che oggi viene nascosto dai grandi media. Mentre nella guerra del Vietnam degli anni Sessanta i resoconti giornalistici e le immagini delle stragi suscitarono un vasto movimento contro la «sporca guerra», contribuendo alla sconfitta Usa, il giornalismo di guerra è oggi sempre più irreggimentato: ai corrispondenti embedded, al seguito delle truppe, viene mostrato solo ciò che vogliono i comandi, gli unici autorizzati a fornire «informazioni» nei loro briefing.

 

I pochi veri giornalisti operano in condizioni sempre più difficili e rischiose, e spesso i loro resoconti vengono censurati dai grandi media, nei quali domina la narrazione ufficiale degli eventi. Il giornalismo d’inchiesta di WikiLeaks ha aperto crepe nel muro di omertà mediatica che copre i reali interessi di potenti élite le quali, operando nello «Stato profondo», continuano a giocare la carta della guerra, con la differenza che oggi, con le armi nucleari, essa può portare il mondo alla catastrofe finale.

 

Violare le stanze segrete di questi gruppi di potere, portando alla luce le loro strategie e le loro trame, è un’azione estremamente rischiosa sia per i giornalisti, sia per coloro che, ribellandosi all’omertà, li aiutano a scoprire la verità.

 

Emblematico è il caso di Chelsea Manning, l’attivista statunitense accusata di aver fornito a WikiLeaks documenti di cui era venuta a conoscenza lavorando quale analista di intelligence dell’Esercito Usa durante la guerra in Iraq. È stata per questo condannata a 37 anni di detenzione in un carcere di massima sicurezza e, rilasciata dopo 7 anni di carcere duro, è stata di nuovo incarcerata per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange e, dopo un tentativo di suicidio, rimessa in temporanea libertà.

Manlio Dinucci

il manifesto05 gennaio 2021


Manlio Dinucci 

Geografo e geopolitologo. Libri più recenti: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018, Premio internazionale per l'analisi geostrategica assegnato il 7 giugno 2019 dal Club dei giornalisti del Messico, A.C.

Monday, November 30, 2020

IT -- Manlio Dinucci -- L'arte della guerrra -- La Bomba è pronta: tra breve in Italia

  

L’arte della guerra 

La Bomba è pronta: tra breve in Italia 

Manlio Dinucci

 ITALIANO  PORTUGUÊS

 

Un video, pubblicato il 23 novembre dai Sandia National Laboratories, mostra un caccia Usa F-35A che, volando a velocità supersonica a 3000 metri di quota, lancia una bomba nucleare B61-12 (dotata per il test di testata non-nucleare). La bomba non cade verticalmente ma plana, finché nella sezione di coda si accendono dei razzi che le imprimono un moto rotatorio e la B61-12 (guidata da un sistema satellitare) si dirige sull’obiettivo che colpisce 42 secondi dopo il lancio. 

Il test è stato effettuato il 25 agosto nel poligono di Tonopah nel deserto del Nevada. Un comunicato ufficiale conferma il suo pieno successo: si tratta della prova di un vero e proprio attacco nucleare che il caccia effettua a velocità supersonica e in assetto stealth (con le bombe nucleari collocate nella stiva interna) per penetrare attraverso le difese nemiche.

La B61-12 ha una testata nucleare con quattro opzioni di potenza selezionabili al momento del lancio a seconda dell’obiettivo da colpire. Ha la capacità di penetrare nel sottosuolo, esplodendo in profondità per distruggere i bunker dei centri di comando e altre strutture sotterranee.

Il programma del Pentagono prevede la costruzione di circa 500 B61-12, con un costo stimato di circa 10 miliardi di dollari (per cui ogni bomba viene a costare il doppio di quanto costerebbe se fosse costruita interamente in oro). È stato ufficialmente annunciato che la produzione in serie della nuova bomba nucleare comincerà nell’anno fiscale 2022, che inizia il 1° ottobre 2021 (ossia tra undici mesi).

Non si sa quante B61-12 verranno schierate dagli Usa in Italia, Germania, Belgio e Olanda per sostituire le B61 il cui numero effettivo è segreto. Foto satellitari mostrano che sono stati effettuati lavori di ristrutturazione nelle basi di Aviano e Ghedi in preparazione dell’arrivo delle nuove bombe nucleari, di cui saranno armati gli F-35A della US Air Force e, sotto comando Usa, quelli dell’Aeronautica italiana.

In quale situazione si troverà l’Italia, una volta che saranno schierati sul proprio territorio gli F-35A pronti all’attacco nucleare con le B61-12, è facilmente prevedibile. Quale base avanzata dello schieramento nucleare Usa in Europa diretto principalmente contro la Russia, l’Italia si troverà in una situazione ancora più pericolosa. Dipenderà ancor più di prima dalle decisioni strategiche prese a Washington, che comportano scelte politiche ed economiche lesive della nostra sovranità e dei nostri reali interessi nazionali.

Dovrà accrescere la spesa militare dagli attuali 26 a 36 miliardi di euro annui, cui si aggiungeranno secondo i piani oltre 60 miliardi stanziati a fini militari dal Ministero dello sviluppo economico e tratti (più gli interessi) dal Recovery Fund. L’Italia violerà ancor più di prima il Trattato di non-proliferazione, al quale ha aderito nel 1975 impegnandosi a «non ricevere da chicchessia armi nucleari né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente».

Rifiuterà ancora di più il recente Trattato Onu sulla abolizione delle armi nucleari, che stabilisce: «Ciascuno Stato parte che abbia sul proprio territorio armi nucleari, possedute o controllate da un altro Stato, deve assicurare la rapida rimozione di tali armi».

Per gettare un sasso nell’acqua stagnante di un parlamento che tace su tutto questo, l’on. Sara Cunial (Gruppo Misto) ha presentato una interrogazione a risposta scritta alla Presidenza del Consiglio e ai Ministeri della Difesa e degli Esteri. Dopo aver esposto i fatti sopracitati, l’interrogazione chiede

Ø  «se il Governo intende rispettare il Trattato di non-proliferazione delle armi nucleari, ratificato dall’Italia nel 1975;

Ø  se intende firmare e ratificare il Trattato ONU sulla abolizione delle armi nucleari, che entra in vigore nel 2021;

Ø  se intende far sì, in base a quanto stabiliscono tali trattati, che gli Stati uniti rimuovano immediatamente qualsiasi arma nucleare dal territorio italiano e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12 e altre armi nucleari».

Mentre aspettiamo di leggere la risposta del Governo, negli Usa fanno gli ultimi test della Bomba, che ci verranno a mettere sotto i piedi.

Manlio Dinucci

 

il manifesto, 1 dicembre 2020

Manlio Dinucci 

Geografo e geopolitologo. Libri più recenti: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018, Premio internazionale per l'analisi geostrategica assegnato il 7 giugno 2019 dal Club dei giornalisti del Messico, A.C.

Monday, November 9, 2020

IT -- Manlio Dinucci -- L’arte della guerra -- La politica estera di Joe Biden

  


L’arte della guerra

 La politica estera di Joe Biden 

Manlio Dinucci

 

ITALIANO  PORTUGUÊS

Quali sono le linee programmatiche di politica estera che Joe Biden attuerà quando si sarà insediato alla Casa Bianca?

Lo ha preannunciato con un dettagliato articolo sulla rivista Foreign Affairs (marzo/aprile 2020), che ha costituito la base della Piattaforma 2020 approvata in agosto dal Partito Democratico.

Il titolo è già eloquente: «Perché l’America deve guidare di nuovo/Salvataggio della politica estera degli Stati uniti dopo Trump».

Biden sintetizza così il suo programma di politica estera: mentre «il presidente Trump ha sminuito, indebolito e abbandonato alleati e partner, e abdicato alla leadership americana, come presidente farò immediatamente passi per rinnovare le alleanze degli Stati uniti, e far sì che l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

Ø  Il primo passo sarà quello di rafforzare la Nato, che è «il cuore stesso della sicurezza nazionale degli Stati uniti». A tal fine Biden farà gli «investimenti necessari» perché gli Stati uniti mantengano «la più potente forza militare del mondo» e, allo stesso tempo, farà in modo che «i nostri alleati Nato accrescano la loro spesa per la Difesa» secondo gli impegni già assunti con l’amministrazione Obama-Biden.

Ø  Il secondo passo sarà quello di convocare, nel primo anno di presidenza, un «Summit globale per la democrazia»: vi parteciperanno «le nazioni del mondo libero e le organizzazioni della società civile di tutto il mondo in prima linea nella difesa della democrazia».

Il Summit deciderà una «azione collettiva contro le minacce globali».

Ø  Anzitutto per «contrastare l’aggressione russa, mantenendo affilate le capacità militari dell’Alleanza e imponendo alla Russia reali costi per le sue violazioni delle norme internazionali»;

Ø  allo stesso tempo, per «costruire un fronte unito contro le azioni offensive e le violazioni dei diritti umani da parte della Cina, che sta estendendo la sua portata globale».

Poiché «il mondo non si organizza da sé», sottolinea Biden, gli Stati uniti devono ritornare a «svolgere il ruolo di guida nello scrivere le regole, come hanno fatto per 70 anni sotto i presidenti sia democratici che repubblicani, finché non è arrivato Trump».

Queste sono le linee portanti del programma di politica estera che l’amministrazione Biden si impegna ad attuare. Tale programma – elaborato con la partecipazione di oltre 2.000 consiglieri di politica estera e sicurezza nazionale, organizzati in 20 gruppi di lavoro – non è solo il programma di Biden e del Partito Democratico. Esso è in realtà espressione di un partito trasversale, la cui esistenza è dimostrata dal fatto che le decisioni fondamentali di politica estera, anzitutto quelle relative alle guerre, vengono prese negli Stati uniti su base bipartisan.

Ø  Lo conferma il fatto che oltre 130 alti funzionari repubblicani (sia a riposo che in carica) hanno pubblicato il 20 agosto una dichiarazione di voto contro il repubblicano Trump e a favore del democratico Biden.  Tra questi c’è John Negroponte, nominato dal presidente George W. Bush, nel 2004-2007, prima ambasciatore in Iraq (con il compito di reprimere la resistenza), poi direttore dei servizi segreti Usa.

Lo conferma il fatto che il democratico Biden, allora presidente della Commissione Esteri del Senato, sostenne

nel 2001 la decisione del presidente repubblicano Bush di attaccare e invadere l’Afghanistan e,

nel 2002, promosse una risoluzione bipartisan di 77 senatori che autorizzava il presidente Bush ad attaccare e invadere l’Iraq con l’accusa (poi dimostratasi falsa) che esso possedeva armi di distruzione di massa.

Sempre durante l’amministrazione Bush, quando le forze Usa non riuscivano a controllare l’Iraq occupato, Joe Biden faceva passare al Senato, nel 2007, un piano sul «decentramento dell’Iraq in tre regioni autonome – curda, sunnita e sciita»:

Ø  in altre parole lo smembramento del paese funzionale alla strategia Usa.

Parimenti, quando Joe Biden è stato per due mandati vicepresidente dell’amministrazione Obama, i repubblicani hanno appoggiato le decisioni democratiche

sulla guerra alla Libia,

l’operazione in Siria e

il nuovo confronto con la Russia.

Il partito trasversale, che non appare alle urne, continua a lavorare perché «l’America, ancora una volta, guidi il mondo».

Manlio Dinucci

Il manifesto, 10 novembre 2020

Manlio Dinucci 

Geografo e geopolitologo. Libri più recenti: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018. 

PT -- Manlio Dinuci -- A Arte da Guerra -- A política externa de Joe Biden

  

A Arte da Guerra

 A política externa de Joe Biden 

Manlio Dinucci 


ITALIANO  PORTUGUÊS  

Quais são as linhas do programa de política externa, que Joe Biden irá concretizar quando for empossado para assumir o cargo na Casa Branca?

Anunciou-as com um artigo detalhado, na revista Foreign Affairs (Março/Abril de 2020), que consitituiu a base da Plataforma 2020, aprovada em Agosto pelo Partido Democrata.

O título é, por si, eloquente: "Por que é que a América deve liderar de novo. Resgatar a política externa dos EUA depois de Trump". 

Biden resume, assim, o seu programa de política externa: Embora "o Presidente Trump tenha menosprezado, enfraquecido e abandonado aliados e parceiros e abdicado da liderança americana, como Presidente, darei passos, de imediato, para renovar as alianças dos Estados Unidos e garantir que a América, mais uma vez, lidere o mundo».

 

Ø  O primeiro passo será fortalecer a NATO, que é "o próprio coração da segurança nacional dos Estados Unidos". Para tanto, Biden fará os "investimentos necessários" para que os Estados Unidos mantenham "a força militar mais poderosa do mundo" e, ao mesmo tempo, fá-lo-á de modo que "os nossos aliados da NATO aumentem a sua despesa com a Defesa" de acordo com os compromissos já assumidos com a Administração Obama-Biden.

 

Ø  O segundo passo será convocar, no primeiro ano da presidência, uma "Cimeira Global em prol da Democracia": participarão as nações do mundo livre e as organizações da sociedade civil de todo o mundo, que estão na primeira linha da defesa da democracia".

 A Cimeira decidirá uma «acção colectiva contra a ameaça global».


Ø  Em primeiro lugar, para “conter a agressão russa”, mantendo afiadas as capacidades militares da Aliança e impondo custos reais à Rússia pelas suas violações das normas internacionais";

 

Ø  ao mesmo tempo, para "construir uma frente única contra as acções ofensivas e as violações dos direitos humanos por parte da China, que está a expandir o seu alcance global".

Visto que "o mundo não se organiza por si mesmo", aponta Biden, os Estados Unidos devem voltar a "desempenhar o papel de liderança na redacção das regras, como fizeram durante 70 anos sob os presidentes democratas e republicanos, até à chegada de Trump."

Estas são as linhas principais do programa da política externa que a Administração Biden se compromete concretizar. Este programa - elaborado com a participação de mais de 2.000 conselheiros de política externa e de segurança nacional, organizados em 20 grupos de trabalho - não é unicamente o programa de Biden e do Partido Democrata. Na verdade, é a expressão de um partido transversal, cuja existência é demonstrada pelo facto de que as decisões fundamentais da política externa, sobretudo as relacionadas com as guerras, são tomadas nos Estados Unidos de forma bipartidária.

 

Ø  Confirma-o o facto de que mais de 130 altas patentes republicanas (aposentadas e em funções) publicaram, em 20 de Agosto, uma declaração de voto contra o republicano Trump e a favor do democrata Biden. Entre elas está John Negroponte, nomeado pelo Presidente George W. Bush em 2004-2007, primeiro Embaixador no Iraque (com a tarefa de suprimir a resistência) e, posteriormente, Director dos Serviços Secretos dos Estados Unidos.

 Confirma-o o facto de que o democrata Biden, então presidente da Comissão de Relações Exteriores do Senado, apoiar


Ø  em 2001 a decisão do Presidente republicano Bush de atacar e invadir o Afeganistão e

 

Ø  em 2002, promover uma resolução bipartidária de 77 senadores que autorizava o Presidente Bush a atacar e invadir o Iraque sob a acusação (posteriormente provada falsa) de que possuía armas de destruição em massa.

Sempre durante a Administração Bush, quando as forças USA não conseguiam controlar o Iraque ocupado, Joe Biden fez aprovar no Senado, em 2007, um plano de "descentralização do Iraque em três regiões autónomas - curda, sunita e xiita":

 

Ø  por outras palavras, o desmembramento do país, em função da estratégia dos EUA.

Da mesma forma, quando Joe Biden foi, durante dois mandatos, Vice-Presidente da Administração Obama, os republicanos apoiaram as decisões democráticas sobre


a guerra na Líbia,

 

a operação na Síria e

 

o novo confronto com a Rússia

O partido transversal, que não aparece nas urnas, continua a trabalhar para que “a América, mais uma vez, governe o mundo”.

Manlio Dinucci

il manifesto, 10 de Novembro de 2020 


Manlio Dinucci
Geógrafo e geopolitólogo. Livros mais recentes: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018; Premio internazionale per l'analisi geostrategica atribuído em 7 de Junho de 2019, pelo Club dei giornalisti del Messico, A.C.

Monday, November 2, 2020

PT -- Manlio Dinucci -- A Arte da Guerra -- Fukushima, espalha a pandemial nuclear

 



A Arte da Guerra

Fukushima espalha a pandemia nuclear

Manlio Dinucci

 

Não é o Covid, mas a notícia passou quase desapercebida: o Japão descarregará no mar mais de um milhão de toneladas de água radioactiva da central nuclear de Fukushima.

O acidente catastrófico de Fukushima foi provocado pelo tsunami que, em 11 de Março de 2011, atingiu a costa nordeste do Japão, submergindo a central e provocando a fusão dos núcleos de três reactores nucleares. A central foi construída na costa somente a 4 metros acima do nível do mar, com diques de protecção de 5 metros de altura, numa área sujeita a tsunami com ondas de 10-15 metros de altura. Além do mais, houve sérias deficiências no controlo das centrais efectuado pela Tepco, a empresa privada que administra a central: no  momento do tsunami, os dispositivos de segurança não entraram em funcionamento.

Para arrefecer o combustível derrretido, foi bombeada água pelos reactores durante anos. A água, que ficou radioactiva, foi armazenada dentro da central em mais de mil tanques enormes, acumulando 1.23 milhões de toneladas. A Tepco está a construir outros tanques mas, em meados de 2022, também estarão cheios.

Devendo continuar a bombear água nos reactores derretidos, a Tepco, de acordo com o governo, decidiu descarregar no mar a água acumulada até agora, depois de tê-la filtrado para torná-la menos radioactiva (porém não se sabe até que ponto) por meio de um processo que durará 30 anos. Também há lodo radioactivo acumulado nos filtros da central de descontaminação e grandes quantidades de solo e outros materiais radioactivos armazenados em milhares de barris de betão.

Como admitiu a própria Tepco, é particularmente grave a fusão ocorrida no reactor 3 carregado com Mox, uma mistura de óxidos de urânio e plutónio, muito mais instável e radioactiva. O Mox para este e outros reactores japoneses foi produzido em França, utilizando escórias nucleares enviadas do Japão.

A organização Greenpeace denunciou os perigos derivados do transporte deste combustível de plutónio ao longo de dezenas de milhares de quilómetros. Denunciou, igualmente, que o Mox favorece a proliferação de armas nucleares, pois o plutónio pode ser extraído com mais facilidade e, no ciclo de exploração do urânio, não há uma linha divisória nítida entre o uso civil e o uso militar do material físsil.

Já se acumularam no mundo (segundo estimativas de 2015), cerca de 240 toneladas de plutónio para uso militar directo e 2.400 toneladas para uso civil com as quais podem ser produzidas armas nucleares, além de cerca de 1.400 toneladas de urânio altamente enriquecido para uso militar.

Bastariam algumas centenas de quilos de plutónio para provocar cancro do pulmão aos 7,7 biliões de habitantes do planeta, e o plutónio permanece letal durante um período correspondente a quase dez mil gerações humanas. Acumulou-se assim um potencial destrutivo capaz de, pela primeira vez na História, fazer desaparecer a espécie humana da face da Terra.

Os bombardeamentos nucleares de Hiroshima e Nagasaki; mais de 2.000 explosões nucleares experimentais na atmosfera, no mar e no subsolo; o fabrico de ogivas nucleares com potência equivalente a mais de um milhão de bombas de Hiroshima; os inúmeros acidentes com armas nucleares e os acidentes ocorridos em centrais nucleares civis e militares, tudo isto provocou uma contaminação radioactiva que afectou centenas de milhões de pessoas.

Uma parte de cerca de 10 milhões de mortes anuais por cancro em todo o mundo - documentadas pela OMS - é atribuída aos efeitos a longo prazo da radiação. Em dez meses - novamente de acordo com dados da Organização Mundial de Saúde - o Covid-19 causou cerca de 1.2 milhões de mortes em todo o mundo. Perigo a não subestimar, mas que não justifica o facto dos meios de comunicação mediática, em especial a televisão, não terem informado que mais de um milhão de toneladas de água radioactiva serão descarregadas no mar da central nuclear de Fukushima, resultando que, ao entrar na cadeia alimentar, aumentará ainda mais as mortes por cancro.

Manlio Dinucci

il manifesto, 03 de Novembro de 2020

 



GUERRA NUCLEARO DIA ANTERIOR

De Hiroshima até hoje: Quem e como nos conduzem à catástrofe

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Manlio Dinucci
Geógrafo e geopolitólogo. Livros mais recentes: Laboratorio di geografia, Zanichelli 2014 ; Diario di viaggio, Zanichelli 2017 ; L’arte della guerra / Annali della strategia Usa/Nato 1990-2016, Zambon 2016, Guerra Nucleare. Il Giorno Prima 2017; Diario di guerra Asterios Editores 2018; Premio internazionale per l'analisi geostrategica atribuído em 7 de Junho de 2019, pelo Club dei giornalisti del Messico, A.C.

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